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	<title>Infojudo &#187; Jigoro Kano</title>
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	<description>Il sito informativo sul Judo Kodokan</description>
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		<title>Al judo serve lo sport?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 11:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di P. Crugnola Novembre 2003 Per gentile concessione del sito: www.jigorokano.it Qualcuno potrebbe subito obiettare: “Ma il judo é uno sport!”. La questione non é così semplice. Il judo é nato come sistema educativo per la mente ed il corpo al fine di un migliore impiego delle energie individuali in un clima di collaborazione, amicizia e mutua [...]


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<li><a href='http://www.infojudo.com/kata-del-judo/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Kata del Judo'>Kata del Judo</a></li>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di P. Crugnola<br />
Novembre 2003</strong></p>
<p><strong>Per gentile concessione del sito: <a href="http://www.jigorokano.it/" target="_blank">www.jigorokano.it</a></strong></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 164px"><img class=" " title="Paolo Crugnola" src="http://www.judo-educazione.it/Judo/crugnola.jpg" alt="" width="154" height="230" /><p class="wp-caption-text">In memoria di Paolo Crugnola</p></div>
<p>Qualcuno potrebbe subito obiettare: “Ma il judo é uno sport!”. La questione non é così semplice. Il judo é nato come sistema educativo per la mente ed il corpo al fine di un migliore impiego delle energie individuali in un clima di collaborazione, amicizia e mutua prosperità. Il suo fondatore, Jigoro Kano, ha previsto due modalità pratiche ben precise per l’apprendimento del judo e di tutto il suo bagaglio tecnico culturale: kata e randori. Chi pratica judo non ha bisogno di altro per progredire ed il suo livello di apprendimento può essere sempre misurato verificandone l’esecuzione.</p>
<p>E‘ anche vero che Jigoro Kano, al fine di promuovere la conoscenza e la pratica del Judo Kodokan, spinse e quasi ottenne (*) presso il Comitato Olimpico affinché il judo diventasse specialità olimpica insieme alle altre discipline sportive esistenti. E’ anche vero che, sempre Jigoro Kano, diede impulso e stimolo alla competizione organizzando alcuni momenti agonistici, anche molto spettacolari e coinvolgenti (ad es. il Koaku Shiai). </p>
<p><span id="more-610"></span><br />
Ma é anche vero che lo stesso Jigoro Kano ebbe a lamentarsi (**) più volte sul modo in cui venivano affrontate le competizioni, denunciando l’uso esagerato della forza e di strategie troppo difensive in luogo della tecnica e dei principi tecnici del judo da lui più volte spiegati e raccomandati.</p>
<p>Nel judo abbiamo due momenti pratici di confronto vero e proprio: il randori e lo shiai. Vediamo di analizzarli. Nel randori non c’é un arbitro e questo significa che non é importante stabilire un vincitore. Nello shiai l’arbitro c’é e svolge il suo compito specificando, alla fine dell’esercizio, chi vince e chi perde. Nel randori l’obiettivo é la ricerca dell’ippon al di là di qualsiasi risultato. Nello shiai l’ippon é strumento per vincere e non più fine.<br />
Possono sembrare delle sfumature, ma vedremo ben presto che non é così.</p>
<p>Può capitare e capita che nel randori non si verifichi ippon da entrambe le parti. Il randori allora perde di valore? Assolutamente no, perché lo spirito che lo anima é la ricerca dell’ippon, della riuscita tecnica e non il suo raggiungimento. Se la stessa cosa succede nello shiai, le conseguenze sono uguali? Assolutamente no, perché nello shiai ci devono essere un vincitore e un perdente, anche al di là di avere o meno fatto ippon, di aver raggiunto un obiettivo tecnico.</p>
<p>Ecco allora che per far funzionare lo shiai, anche in assenza di ippon, bisogna creare tutta una gerarchia di obiettivi parziali: wazari, yuko, koka e poi &#8230;&#8230;.il nulla. Sì, il nulla, perché in assenza di un qualsiasi gesto tecnico bisogna comunque stabilire un vincitore e allora si arriva a valutare le intenzioni: “&#8230;.lui ha tenuto un atteggiamento più positivo, l’altro é stato più passivo&#8230;” (***) e così via, alla ricerca di fantasmi sempre più irreali e aleatori.</p>
<p>E‘ utile tutto ciò al judo? Il praticante che cerca di perfezionarsi nel judo ha bisogno di questo particolare tipo di esercizio? Se fatto così come é stato appena descritto, direi proprio di no. Ma allora come dovrebbe essere praticato, lo shiai, per tornare ad essere utile al judo e al suo apprendimento? La risposta é semplice: come un randori. Ma allora sarebbero la stessa cosa! Non é così.</p>
<p>La presenza dell’arbitro, di una persona che giudica (per non parlare del pubblico e del luogo) creano un’atmosfera molto particolare in cui la sfera emotiva viene sollecitata in misura ben più grande e diversa di quanto non succeda nel randori (che solitamente si svolge nell’ambiente più familiare della palestra). Possiamo paragonarla ad una interrogazione a scuola, ad un colloquio sul lavoro, in pratica, a tutte le occasioni in cui ci si trova a confronto, e quindi giudicati, con altre persone. Lo stato emotivo viene evidentemente disturbato e si rischia di non dare il meglio di sé.</p>
<p>Ecco allora che lo shiai, la gara torna ad avere una valenza educativa, come luogo in cui si impara a dominare le proprie emozioni, ad accettarle e quindi superarle. E‘ un po’ come tornare sul campo di battaglia dove il samurai metteva in gioca la propria vita e dove l’ippon e solo l’ippon, cioé la vittoria piena, poteva avere un reale significato. Se facevi ippon eri vivo, se lo subivi eri morto! Provate ad immaginare un koka sul campo di battaglia (!) e la situazione si colora immediatamente di sfumature grottesche e “fantozziane”!</p>
<p>E le gare sportive di oggi come sono? Sono luoghi in cui si cerca di vincere, vincere a tutti i costi, anche a costo di non fare un bel judo, di non fare ippon. D’altra parte, se il regolamento consente di vincere in altro modo perché andare contro corrente? Da seri professionisti, quali sono gli atleti di oggi insieme ai loro allenatori (scusate se non uso la parola “maestri”), essi interpretano alla lettera la normativa in atto e su di essa regolano la propria attività judoistica.</p>
<p>Ecco allora che lo spirito dell’antico samurai, che mette in gioco la propria vita sul campo di battaglia, si trasforma nei panni meno eroici, ma ben più redditizi, del “ragioniere” sul tatami di gara, sempre attento al “tabellone” e pronto, meglio di un sismografo, a registrare il benché minimo cambiamento nella propria “tabella delle perdite e dei profitti”.</p>
<p>L’importante non é fare ippon, ma uscire “in verde”, in attivo, perché così si vince. Si vince la medaglia, il trofeo, il posto in nazionale, magari anche uno sponsor e l’invito alla trasmissione televisiva e, forse, anche dei soldi. Ma, tornando alla domanda iniziale, al judo serve tutto questo? Al judo serve lo sport?</p>
<p>(*) Gli eventi bellici della seconda guerra mondiale interruppero il processo d’inserimento del judo tra le discipline olimpiche.<br />
(**) A più riprese sul volume terzo dei Quaderni del Bu Sen &#8211; KYU-SHIN DO ED.<br />
(**) Situazione pressoché impossibile da valutare per il possibile gioco delle finte (damashi). Una situazione di attesa mirante ad innervosire l’avversario al fine di indurlo a commettere un errore può essere facilmente scambiata per passività. Allo stesso modo, una iperattività dovuta ad uno stato di latente paura può essere interpretata positivamente perché “sempre all’attacco”.</p>
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		<title>Harai Goshi (spazzata con l&#8217;anca)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:09:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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<p>[Tadashi Koike dimostra Harai Goshi]</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-490" title="harai_goshi" src="http://www.infojudo.com/wp-content/uploads/2009/12/harai_goshi.gif" alt="harai_goshi" width="194" height="201" />Harai goshi è una tecnica di anca (Koshi waza) che appartiene al secondo gruppo del <a title="Go Kyo" href="http://www.infojudo.com/tecniche-di-proiezione/go-kyo/">Go Kyo</a> (Dai Nikyo). Fu inventata da <a title="Jigoro Kano" href="http://www.infojudo.com/storia-del-judo/jigoro-kano/">Jigoro Kano</a>, per anticipare le schivate degli avversari che sfuggivano alla sua tecnica preferita: <a title="Uki Goshi" href="http://www.infojudo.com/uki-goshi-anca-fluttuante/">Uki Goshi</a>.</p>
<p>Nell&#8217;esecuzione classica Tori squilibra Uke in avanti a destra, mantenendo uno stretto contatto con il suo corpo. Tori solleva e spazza il fianco destro di Uke con la gamba tesa all’indietro, piegando il busto in avanti proietta con forza.</p>
<p>Harai Goshi è una proiezione di grande ampiezza che richiede molta energia e una grande rapidità di azione. Fondamentale è applicare correttamente il movimento di oscillazione.</p>
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<p>[Kosei Inoue ottiene Ippon con Harai Goshi]</p>
<p><a class="a2a_dd addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save?linkurl=http%3A%2F%2Fwww.infojudo.com%2Fharai-goshi-spazzata-con-lanca%2F&amp;linkname=Harai%20Goshi%20%28spazzata%20con%20l%26%238217%3Banca%29"><img src="http://www.infojudo.com/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share/Bookmark"/></a> </p>

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		<title>Le origini del Ne Waza nel Judo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:08:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Da uno scritto dello storico St.Hilaire<br />
Traduzione a cura di P. Crugnola</strong></p>
<p><strong>Per gentile concessione del sito: </strong><strong><a title="Jigoro kano " href="http://www.jigorokano.it/" target="_blank">www.jigorokano.it</a></strong></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 164px"><img class=" " title="Paolo Crugnola" src="http://www.judo-educazione.it/Judo/crugnola.jpg" alt="" width="154" height="230" /><p class="wp-caption-text">In memoria di Paolo Crugnola</p></div>
<p>Il ju jitsu della scuola Fesen Ryu fu fondato da Takeda Motsuge nei primi dell’800. Motsuge era nato nel 1794 a Matsuyama in Giappone. Studiò il ju jitsu fin da giovane e negli ultimi anni, quando insegnava ad Aki, fu considerato un vero e proprio Shihan dai suoi allievi. Aveva appreso il Namba Ippon Ryu da Takahashi Inobei e, nel corso della sua vita, aveva studiato anche Takenouchi Ryu, Sekiguchi Ryu, Yoshin Ryu, Shibukawa Ryu e Yagyu Ryu. Il suo stile si sviluppò mentre la classe dei Samurai si stava dissolvendo e questo lo portò ad orientarsi maggiormente verso il combattimento senz’armi. La Fusen Ryu divenne infine un’arte quasi totalmente dedita al combattimento a terra anche se questo fatto non rigurdò la totalità dei dojo (*).</p>
<p><span id="more-606"></span></p>
<p>Al volgere del secolo scorso, il maestro di Fusen Ryu, Mataemon Tanabe, sfidò un “nuovo” maestro di ju jitsu che si era inserito nel suo territorio, tale Jigoro Kano. Con il nuovo stile che insegnava aveva battuto facilmente parecchie altre scuole di ju jitsu che lo avevano sfidato. Così la scuola di Mataemon Tanabe combatté contro quella di Jigoro Kano e&#8230; vinse tutti gli incontri!! Li vinse non proiettando gli avversari, ma portandoli a terra e quindi costringendoli alla resa con leve articolari, strangolamenti, ecc. Così nacque la lotta a terra nel Judo. Jigoro Kano rimase affascinato della abilità con cui vennero battuti i suoi allievi e chiese (e forse pagò) a Mataemon Tanabe di svelargli i segreti della sua tecnica. Immediatamente designò alcuni suoi allievi, tra i migliori, a concentrarsi su queste nuove tecniche e in poco tempo il Ne Waza venne assorbito nel metodo Kodokan diventandone parte integrante.</p>
<p>Avendo ormai parecchi allievi esperti in Ne Waza, a Kano sembro una buona idea usare questo metodo nell&#8217;insegnamento per le scuole. Poiché il combattimento in Ne Waza finiva in un modo incruento con la resa dell’avversario e senza incidenti (**) esso poteva essere considerato più facilmente come attività “sportiva” e meno come arte marziale (***). Egli chiamò questo nuovo stile sportivo Kosen. Nel 1914 fu organizzato presso l&#8217;Università Imperiale di Kyoto il primo Campionato delle Scuole Superiori Giapponesi. Nel 1925 lo stile Kosen aveva così preso piede che Jigoro Kano fu costretto a stabilire nuove regole di combattimento per limitarne l’impiego nelle competizioni. Si arrivò infatti a stabilire una proporzione fra lotta a terra (30%) e lotta in piedi (70%), regola che durò fino al 1940. Tutto ciò portò ad una sorta di “frattura” all’interno del Kodokan. Molti di quei judoka che Kano aveva fatto specializzare nello stile Fusen Ryu di Mataemon Tanabe avevano condotto tutta una serie di studi e ricerche in tal senso e questo aveva fatto sì che loro e i loro allievi primeggiassero ora in quasi tutte le competizioni.</p>
<p>Per Jigoro Kano questo non poteva andar bene perché la loro supremazia incrinava quel delicato equilibrio che egli stava cercando di creare all’interno del Kodokan. Il Kodokan doveva rappresentare una sintesi del vecchio Ju Jitsu e non poteva quindi fare preferenze fra questo o quello stile. Nel contempo Kano aveva il problema di diffondere il suo sistema anche all’estero e per attuarlo non poteva utilizzare persone che non fossero in grado di difendere gli ideali del Kodokan anche davanti alle inevitabili “sfide” alle quali sarebbero andati incontro. Per questi motivi Kano decise d’inviare gli allievi “specialisti” nel Ne Waza e protagonisti del nuovo stile Kosen.</p>
<p>Fra questi allievi vi erano Hirata, Tomita e Maeda. Maeda con Tomita andò negli U.S.A. e dopo tante peripezie fini in Brasile dove insegnò ai fratelli Gracie la sua tecnica. Ecco perché il Brasilian Ju Jitsu é quasi tutto lotta a terra, perché proviene dal famoso stile Kosen. Il Kosen continuò a sopravvivere in pochi luoghi, fra questi il dojo di Hirata Kanae in Giappone, che continua tuttora la propria attività anche dopo la sua morte avvenuta nel 1998.</p>
<p>(*) Esistono infatti, ancora oggi, dojo di Fusen Ryu che non insegnano solamente lotta a terra.<br />
(**) In quel periodo, agli inizi del ‘900, la tecnica del Judo era ancora da mettere a punto e i combattimenti in piedi non sempre finivano in maniera incruenta.<br />
(***) Nel Giappone del tempo era in atto una sorta di “rifiuto” verso tutto ciò che poteva avere richiami con il passato guerriero del Giappone e/o costituisse ostacolo nei confronti della modernità.</p>
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		<title>Utopia, coscienza e disciplina: la via spirituale del Judo.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 06:12:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sport olimpico o filosofia di vita? I mille risvolti del Judo, visti attraverso gli occhi &#8220;orientali&#8221; di un istruttore italiano che lavora con i disabili e racconta l&#8217;utilità sociale di una disciplina nata sui banchi di scuola. di Gianandrea Bungaro Da &#8220;il manifesto&#8221; del 20 Dicembre 2000 &#8211; Tutti i diritti riservati Per gentile concessione [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sport olimpico o filosofia di vita? I mille risvolti del Judo, visti attraverso gli occhi &#8220;orientali&#8221; di un istruttore italiano che lavora con i disabili e racconta l&#8217;utilità sociale di una disciplina nata sui banchi di scuola.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>di Gianandrea Bungaro<br />
</strong><br />
Da &#8220;il manifesto&#8221; del 20 Dicembre 2000 &#8211; Tutti i diritti riservati<br />
Per gentile concessione del sito: <a href="http://www.scuola-judo-tomita.com/" target="_blank">Scuola Judo Tomita</a></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 246px"><img class="  " title="simbolo del Judo" src="http://users.libero.it/giovanni.nicola/loto.gif" alt="Il fiore del ciliegio, simbolo del Judo" width="236" height="236" /><p class="wp-caption-text">Il fiore del ciliegio, simbolo del Judo</p></div>
<p>Già questa estate, durante le Olimpiadi di Sidney, il Judo, arte marziale giapponese, era salito agli onori della cronaca sportiva italiana grazie alle medaglie che gli atleti azzurri avevano conquistato sul tatami australiano. Prima di allora, come già avvenne nelle Olimpiadi di 36 anni fa che si svolsero a Tokio e che portarono per la prima volta un&#8217;arte marziale a confrontarsi con lo sport da medaglia, molti italiani non conoscevano gran ché di questa disciplina sportiva. Il kimono bianco (che poi si chiama Judogi), il saluto e la lotta, queste le poche nozioni che la maggior parte delle persone hanno sulla &#8220;Via della Cedevolezza&#8221; (traduzione letterale di Ju-Do). Un avvinghiarsi continuo fino a quando uno dei due cade per terra (sul tatami) e perde.</p>
<p><span id="more-600"></span></p>
<p>Nel Judo moderno, che è poi quello sportivo, questo avvinghiarsi fa parte della tattica dell&#8217;incontro, si porta avanti fino all&#8217;esaurimento, snaturando (secondo gli esteti dell&#8217;arte nipponica) la vera essenza del Judo, che venne codificato da Jigoro Kano come metodo educativo prettamente nipponico: un modo cioè di far fare ginnastica alla gioventù giapponese. Se solo avesse saputo che la sua disciplina educativa sarebbe diventata uno sport pari al calcio o al tennis, probabilmente il professor Kano avrebbe lasciato perdere&#8230; Eppure in Italia e nelle varie palestre in giro per il mondo c&#8217;è ancora chi se ne frega della gare e delle olimpiadi. Per loro il Judo rappresenta ancora un valido sistema educativo. Una vera alternativa motoria a quegli sport che ormai hanno abbandonato definitivamente il messaggio decoubertiano dell&#8217;&#8221;importante è partecipare&#8221;.</p>
<p>Per capire meglio il messaggio che il &#8220;vero Judo&#8221; vuole trasmettere, ne parliamo con Guido Vais che a Milano dirige i corsi di Judo-Disabili presso il centro sportivo Arci &#8220;Il Balzo&#8221;. &#8220;Il Judo viene comunemente inteso come sport o come arte marziale &#8211; spiega l&#8217;istruttore &#8211; sia dal grande pubblico che ha seguito la vittoria dei nostri atleti alle Olimpiadi di Sydney, sia dalla maggior parte dei praticanti. Ma esistono diversi tipi di Judo: penso che il miglior modo per farsi un&#8217;idea sia leggere Fondamenti del Judo di Jigoro Kano, inventore della disciplina ed illustre esponente del ministero dell&#8217;educazione giapponese di inizio &#8217;900.</p>
<p>Approfondire quei testi aiuta a capire non solo il significato del Judo, ma anche la sua Storia fino ad oggi. Uno degli argomenti più attuali del libro è la concezione di gara del signor Kano: le gare per il Judo sono un incidente di percorso, e il loro unico valore è quello di verifica del livello raggiunto dal praticante; concezione ben lontana da quella dominante di oggi, dove la gara è lo scopo ultimo per l&#8217;atleta, che desidera affermare il proprio ego. La disciplina di Kano fu concepita come via per migliorare l&#8217;essere umano e portarlo allo stato di coscienza del dare, nel senso di essere socialmente utili. Che utilizzo sociale c&#8217;è in una medaglia?&#8221;.<br />
In Italia ci sono molte palestre di Judo: da una recente statistica sono 500.000 i praticanti amatoriali di arti marziali e non tutti hanno la smania di conquistare una medaglia olimpica. Vanno dal kung fu, reso celebre negli anni settanta dai film di Bruce Lee, alle recenti tendenze dello street fighting o del pancrazio, ma una grossa fetta se la portano via i praticanti, guarda caso, proprio di Judo e karate.</p>
<p>Purtroppo, sono sempre di più quelli che venderebbero l&#8217;anima al diavolo pur di vincere un semplice campionato provinciale o la classica gara della domenica mattina. Basti pensare alla diffusione del doping nelle palestre amatoriali di body building o nelle categorie giovanili del ciclismo. &#8220;Perdonatemi lo sfogo &#8211; prosegue Vais &#8211; ma oggi la realtà del Judo in Italia vede un&#8217;opposizione tra il Judo cosiddetto &#8220;educazione&#8221; e il jusport: Do è una parola nobile che significa via e che non si addice allo sport sempre più drogato che vediamo in televisione. Io ho fatto la mia scelta, quella del &#8220;Judo educazione&#8221;, ma è sicuramente la via più difficile. Vi sono approdato dopo una ricerca nelle filosofie orientali, e vi ho trovato il metodo più efficace per l&#8217;unificazione di corpo, mente e cuore. Avevo fatto un po&#8217; di aikido e un po&#8217; di yoga, ma ho giudicato entrambe le discipline troppo rifatte per adattarsi all&#8217; uomo occidentale che va in palestra due o tre volte alla settimana a fare uno sport moderno.</p>
<p>Prima di trovare il mitico &#8220;Bu-Sen&#8221;, pensavo che il Judo fosse un po&#8217; come lo street fighting, la thai-boxe o il pancrazio: cioè fisiconi e botte da orbi. Ed effettivamente in molte palestre che ho visto è così. Al &#8220;Bu-Sen&#8221; di Cesare Barioli invece si faceva un Judo etico, sia tecnicamente che filosoficamente, se posso abusare del termine&#8221;.<br />
Cesare Barioli, citato dal nostro interlocutore, è il vero e incontrastato guru del Judo italiano. Il maestro Barioli è stato fra i primi ad avvicinarsi al Judo in Italia e rappresenta il punto di riferimento per molti insegnanti della penisola. Nella sua palestra di Via Arese, nel quartiere Isola del capoluogo lombardo, si faceva veramente un Judo etico. Non erano solo allenamenti e sudate sul tatami ma anche discussioni nella tavernetta sotto la palestra a suon di barbera e salame nostrano. Il comune denominatore era il Judo, ovviamente, ma non solo. Barioli è stato fra i primi insegnanti di Judo a proporre questa arte anche ai disabili ottenendo validi risultati. Una figura sempre controtendenza che ha pagato più di altri, nelle istituzioni sportive italiane, i suoi principi e le sue battaglie.</p>
<p>&#8220;Oggi Barioli non ha più la palestra &#8211; racconta ancora Vais &#8211; perché ci vogliono i finanziamenti e uno che non fa carne da medaglia se li può scordare i finanziamenti. Fortunatamente sia Barioli che il sottoscritto continuano a fare Judo, in modo un po&#8217; precario, ma perlomeno libero da imposizioni dall&#8217;alto. Io insegno a dei ragazzi e delle ragazze disabili per i quali venire in palestra è una sorta di avventura, che li aiuta a crescere, per il fatto che si mettono in gioco con gli altri e soprattutto perché cominciano a fare con una certa intensità, cosa che a volte all&#8217;interno della loro vita quotidiana gli è preclusa. A volte li portiamo in gara, dove affrontano una forte emozione, ma la cosa più interessante è osservare il loro comportamento, che a mio parere può essere istruttivo per tutti i Judoka: i disabili manifestano un maggior rispetto per l&#8217;avversario, e i più forti accolgono la vittoria come un semplice gioco; certamente capita di vedere il vincitore alzare le braccia al cielo con espressioni di gloria e felicità sul volto, ma non li ho mai visti piangere, ne dedicare la vittoria alla madrepatria. Forse è per la mancanza delle telecamere&#8221;.</p>
<p>&#8220;Non si può certamente parlare degli scopi ultimi del Judo nei corsi dei disabili &#8211; conclude Vais al termine del nostro incontro &#8211; il vero Judo è destinato alla popolazione più giovane e l&#8217;intento è quello di fornirgli le doti della disciplina, del coraggio e in un secondo tempo della sincerità e della purezza, plasmando un corpo forte e sano per essere utile. Jigoro Kano, che era un professore, si accorse dell&#8217;impossibilità di trasmettere queste doti solo con l&#8217;insegnamento delle materie intellettuali e per questo inserì nei programmi scolastici del giappone il Judo, non come semplice ginnastica, ma come via spirituale completa. Per chi si occupa di spiritualità è interessante sapere che la proposta del Judo fu fra le prime a portare la concezione di via fuori dai monasteri e dai circoli esoterici, fra la gente comune (insieme allo Yoga di Vivekananda).</p>
<p>Ad alti livelli il Judo porta alla conquista della pienezza dell&#8217;energia vitale (Ki) e a una graduale espansione della coscienza. Portare questo tipo di Judo nelle scuole italiane è utopia, ma in fondo l&#8217;utopia è la poesia del Judo, e in mezzo alla fatica e al sudore del combattimento è bello avere la consapevolezza di andare incontro a un ideale&#8221;.</p>
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		<title>Kata Guruma (ruota sulle spalle)</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 14:09:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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<p>[Il Maestro Tadashi Koike dimostra Kata Guruma]</p>
<p><a href="http://www.infojudo.com/wp-content/uploads/2009/12/kata_guruma.gif"><img class="alignright size-full wp-image-571" title="kata_guruma" src="http://www.infojudo.com/wp-content/uploads/2009/12/kata_guruma.gif" alt="Kata Guruma" width="218" height="203" /></a>Kata Guruma è una proiezione di grande ampiezza che consiste nel fare oscillare Uke sulle spalle. Classificata come tecnica di braccia (te waza), appartiene al terzo gruppo del <a title="Go Kyo" href="../tecniche-di-proiezione/go-kyo/">Go Kyo</a> (Dai Sankyo).</p>
<p>Il maestro <a title="Jigoro Kano" href="http://www.infojudo.com/storia-del-judo/jigoro-kano/">Jigoro Kano</a> ideò personalmente Kata Guruma prendendone spunto da una antica del jujitsu: Kino Katsugi che consisteva nel caricare sul dorso Uke e proiettarlo di traverso con un ginocchio a terra. Kano subiva questa tecnica da un allievo più grande e prepotente, per questo ne era rammaricato: il maestro lesse vari trattati, vide tecniche occidentali e asiatiche di lotta ed ideò la tecnica che si conosce ai giorni nostri. Il maestro incontrò di nuovo il prepotente jujitsuka ma l&#8217;esito fu completamente differente, nonostante Kano fosse molto più gracile.</p>
<p>In Kata guruma Tori, attraverso una forte trazione alla manica di Uke, lo obbliga a portare tutto il peso sul suo piede destro, quindi abbassandosi con la spalla sotto la cintura, carica Uke e lo fa oscillare sulle spalle. Nella proiezione, Tori richiama la gamba sinistra al fine di fare spazio per la caduta ad Uke.</p>
<p>Kata Guruma, per un certo periodo, venne praticamente abbandonata in competizione ma è ritornata in voga in seguito, con varianti molto interessanti (si veda il video di seguito) che un po&#8217; la snaturano  ma che pongono l&#8217;accento sull&#8217;efficacia in combattimento.</p>
<p><span class="youtube">
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<p>[Compilation di Kata Guruma (e delle sue varianti) in competizione]</p>
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		<title>Lezione di Judo. Yves Klein, l’arte di essere flessibile</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 11:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo tratto da &#8220;La Repubblica&#8221;  del 27.05.2007</strong></p>
<p><strong>Di Renata Pisu</strong></p>
<p><img class="alignright" title="Yves Klein" src="http://luoghisensibili.files.wordpress.com/2008/01/libriklein.jpg" alt="" width="240" height="406" />Che paese in fibrillazione era il Giappone verso la fine dell’Ottocento, quando per sopravvivere cominciò la sua veloce corsa alla modernizzazione. Tutto doveva essere nuovo, moderno, basta con le antiche usanze feudali, abolita la casta dei samurai ai quali un editto dell’Imperatore Meiji proibì di portare le due sacrosante spade; così i poveri ex guerrieri si videro costretti a diventare imprenditori, funzionari, impiegati, e a vestirsi con capi di abbigliamento occidentale, magari soltanto una bombetta, o un paio di pantaloni con sopra il kimono.</p>
<p>I bimbi nelle scuole cantavano la canzone della Palla della Civiltà, dovevano contare ogni rimbalzo nominando oggetti utili come la macchina a vapore, i lampioni a gas, le scarpe di cuoio, per mettersi bene in mente cosa era nuovo e bello, mentre l’Imperatore scriveva versi tipo «Oh, come vorrei rendere questo paese secondo a nessuno».</p>
<p><span id="more-712"></span><br />
Ma che fare delle antiche arti marziali nelle quali eccellevano i samurai? Metterle decisamente al bando non era possibile ma il nuovo spirito dei tempi ne decretò l’inutilità in quanto era opinione comune che fossero antiquate, vecchie tecniche di combattimento indegne di un paese al passo con i tempi che si era dotato di un esercito moderno affidandosi a istruttori prussiani. E di moderne, anzi modernissime armi da fuoco. Ginnastica, corsa, baseball, tennis, queste sì che erano attività fisiche da praticare, i giapponesi dovevano diventare tutti degli sportivi, non degli anacronistici guerrieri. Così le arti marziali e prima fra tutte il jujitsu, la Tecnica della Cedevolezza che mira alla sconfitta dell’avversario basandosi sul principio che il flessibile vince sul duro e che si combatte senza armi, subì il più totale discredito: chi la esercitava ormai combatteva per soldi, si esibiva nei circhi, il samurai era diventato un saltimbanco però feroce, violento, odioso. Tuttavia la febbre della modernità coinvolse presto anche le arti marziali.</p>
<p>Il judo, infatti, è un prodotto della modernità, ideato agli inizi del Novecento dal Maestro Jigoro Kano, nato nel 1860. il quale intuì che il jujitsu era un patrimonio da salvare ma le sue finalità andavano riviste. Scrive Il Maestro: «Io studiavo il jujitsu perché capivo che era il mezzo più efficace per l’educazione del corpo e dello spirito e per questo ebbi l’idea di diffonderlo ovunque. Ma era necessario migliorarlo e trasformarlo perché lo stile antico non era immaginato per l’educazione fisica o morale, lo scopo era solo quello di lottare per vincere. Così ho preso le cose più interessanti dalle varie scuole di jujitsu e vi ho aggiunto delle mie personali invenzioni arrivando a fondare un nuovo metodo per la cultura fisica e mentale che ho chiamato Ju Do, la Via della Cedevolezza. In effetti io non insegno soltanto la tecnica, cioè lo jitsu, ma il Do (in cinese il Dao), cioè la Via, ed è sulla Via che voglio insistere. Ho evitato il termine jujitsu anche perché esistevano scuole che praticavano tecniche di estrema violenza e in molte palestre gli allievi anziani picchiavano i giovani».</p>
<p>La figura di Jigoro Kano si inserisce alla perfezione nel fervore di idee e di proposte innovatrici del Giappone a cavallo tra Ottocento e Novecento. Quando giunse a Tokyo dalla provincia per proseguire gli studi era un ragazzo gracile, costretto a subire le angherie dei compagni e per difendersi, appena entrato nel 1877 all’Università di Tokyo, cominciò a studiare il jujitsu allenandosi con tanto fervore che, si racconta, era sempre pieno di lividi al punto che i suoi insegnanti lo avevano soprannominato “unguento” per tanto che ne usava per cospargersi tutto. Conobbe dei grandi maestri che continuavano a insegnare la loro disciplina anche se ormai discreditata e, nel 1882, aprì una sua palestra che chiamò Kodokan, cioè «luogo per studiare la Via», elaborando la prima sintesi delle varie scuole di jujitsu. Il suo nuovo stile si fondava sul miglior uso dell’energia allo scopo di «migliorare se stessi e contribuire alla prosperità del mondo intero». Un’esagerazione? Per Jigoro Kano no, secondo lui il judo avrebbe potuto essere utile per risolvere i problemi dell’umanità in generale in quanto, sosteneva, l’esatta comprensione di cosa sia l’energia e del suo migliore impiego comporta il raggiungimento di una comprensione totale di ciò che ci circonda che permette di interagire e di collaborare per un miglioramento globale. E il judoka, cioè chi segue la Via del Ju, in qualunque situazione diventa un catalizzatore positivo.</p>
<p>Yves Klein, pittore e judoka, conosceva questa teoria del Maestro fondatore della disciplina alla quale si è dedicato? Secondo alcuni critici è come se la Via della Cedevolezza scorra nel suo percorso artistico portandolo a non voler far combattere due colori sulla stessa tela perché uno dei due sarà annientato, mentre il vero judoka non annienta l’altro, lo ingloba nella sua energia. Tuttavia, nella teoria e nella pratica di questa nuova disciplina derivante da una assai più antica — cinese alle origini — abbondano le interpretazioni e le applicazioni più varie e contrastanti. Il judo può avere davvero influenzato il monocromatismo di Klein? O la visione del mondo di Vladimir Putin, altro noto judoka? Molto difficile dirlo anche perché difficile è definire cosa sia il judo. Secondo il Maestro Bunji Koizumi «il judo ha la natura dell’acqua: l’acqua scorre per raggiungere un livello equilibrato. Non ha forma propria ma quella del recipiente che la contiene. È indomabile e penetra ovunque. È permanente ed eterna come lo spazio e il tempo. Invisibile allo stato di vapore, solidificata in ghiacciaio ha la durezza della roccia».</p>
<p>Il paragone è affascinante, pura poesia, comunque il judo, frutto della modernizzazione del Giappone, ha subito varie vicende, è stato usato in vari modi, ha servito sotto diverse bandiere, spesso è diventato “di parte” e questo nonostante la visione internazionalista e pacifista del suo fondatore, in accordo con quella di De Coubertin e della fiamma olimpica.</p>
<p>Ma torniamo agli inizi del Judo Kodokan. Il Maestro Jigoro Kano ha da poco fondato la sua scuola, tuttavia le tradizionali scuole di jujitsu, già in crisi per le mutate condizioni sociali del Giappone, si impegnano a ostacolarne la crescita e l’affidabilità impegnando quasi quotidianamente gli allievi di Kano in vere e proprie sfide pubbliche. Un giorno però, nel luglio del 1886, la Prefettura di Polizia di Tokyo, dovendo dare l’appalto a una scuola di difesa e attacco senza armi per l’addestramento delle reclute, indice una gara alla quale partecipano la nuova scuola di judo appena costituita e la scuola di jujitsu più famosa e ancora non “disonorata”, quella del Maestro Fukuda. Ebbene, vince la scuola di judo, anche se all’epoca Jigoro Kano venne accusato di aver truccato le carte, cioè di aver dato posto nella sua squadra a campioni di jujitsu soltanto nominalmente convertiti alla sua nuova scuola. Inutile entrare in polemiche datate: la vittoria della scuola di judo sancisce la vittoria del “moderno”, secondo lo spirito del tempo, anche se all’epoca non c’era punteggio per determinare il vincitore, bisognava dimostrare di essere il più forte costringendo l’avversario alla resa o in condizione di non nuocere e i limiti di tempo erano a discrezione dell’arbitro.</p>
<p>Comunque, poco dopo, Jigoro Kano diventa consulente del Ministero per l’Educazione (secondo alcune fonti, per un breve periodo, ministro), si impegna a diffondere il judo nella pratica della società giapponese e si dà da fare, compiendo numerosi viaggi all’estero, per l’inserimento del “suo” judo nelle Olimpiadi perché, sostiene, lo sport olimpico è un modo di praticare lo sport che va al di là del vincere o del perdere e, nella scia di De Coubertin, si tratta di «uno stato mentale, può essere applicato nelle più diverse situazioni, è caratterizzato dalla cultura dell’impegno e dell’euritmia». Entrambi si pongono come personaggi della modernità, traditi neri loro ideali dalla post-modernità in cui oggi viviamo.</p>
<p>Il Maestro Kano muore nel 1938, di ritorno dal Cairo dove era stato inviato come rappresentante del Governo giapponese al Dodicesimo convegno internazionale del Comitato olimpico internazionale, nel quale si decise che Tokyo sarebbe stata la prossima città ospite dei Giochi olimpici. Scoppiò invece la Seconda guerra mondiale, che per il Giappone era già cominciata con l’invasione della Cina nel 1937. E poi Pearl Harbor e infine Hiroshima, la disfatta, il paese che aveva fortemente voluto la modernità era il primo a entrare nella post- modernità. Ma Jigoro Kano non poteva averne consapevolezza e nemmeno ebbe rammarico per il fatto che, non appena in Giappone vi fu la mobilitazione per la guerra, quella che per i giapponesi e per gli americani fu, nell’ambito della Seconda guerra mondiale, principalmentela Guerra dell’Oceano Pacifico ,il Ministero nipponico per il Benessere e la Salute organizzò una sezione di arti marziali e lo judo venne insegnato come tecnica di combattimento a mani nude nelle scuole, materia obbligatoria per i maschi dalle elementari all’università. Il judo aveva smarrito il Do, la Via aveva deviato nei campi di battaglia.</p>
<p>Quando gli americani vittoriosi occuparono il Giappone, per decreto dello shogun Mac Arthur vennero messe al bando tutte le arti marziali, judo compreso, quel judo che aveva smarrito la Via, creatura di un idealista in bilico tra l’esigenza della modernizzazione e la conservazione di uno spirito nazionale, di un’antica saggezza del corpo e dello spirito. Durante l’occupazione americana furono distrutti filmati sulla storia del “moderno” judo e di tutte le arti marziali del Giappone feudale, diventate tutte arti di morte del nazionalismo giapponese. Soltanto nel 1950 lo judo potrà di nuovo essere praticato in Giappone ma come sport, non più come proposta educativa globale, cioè come ideologia. Presto si diffonde in tutto il mondo, nel 1956 si svolgono i primi campionati mondiali di judo, nel 1964, alle Olimpiadi di Tokyo che segnano la rinascita del Giappone e la sua adesione alla comunità internazionale, con tutti i suoi valori e disvalori, è ammesso come sport olimpico. Il judo ha vinto, ma quante traversie, quante modificazioni di senso e di scopo ha subito, incapsulato, autorizzato a promuovere l’intesa e l’armonia globale, oppure a nuocere nelle contrastanti interpretazioni che sono state date alla Via della Cedevolezza, via dolce, morbida, gentile, oppure arma letale. Proprio come l’acqua alla quale uno dei maestri di judo di richiama per spiegare l’inspiegabile.</p>
<p><strong>IL LIBRO</strong></p>
<p>Si intitola <em>I fondamenti del judo</em>. È un manuale, appena riscoperto in Francia e inedito in Italia, scritto da uno dei più grandi artisti del Novecento, Yves Klein. Nato a Nizza nel 1928, Klein diventa famoso giovanissimo e dà scandalo Inventa giornali di un giorno, realizza gigantesche tele monocrome e dipinge con corpi nudi immersi in quel colore, il &#8220;Blue Klein&#8221;, che avrebbe brevettato alla fine degli anni Cinquanta. L&#8217;amore e la pratica del judo scorrono paralleli alla sua arte, nell&#8217;insegnamento a Madrid, nel vagheggiato viaggio a cavallo in Giappone e nei due anni trascorsi a Tokyo a perfezionarsi nei kata, le fasi fondamentali Attraverso il judo, Klein scopre che il corpo è uno spazio e che il movimento, dopo infinite osservazioni e ripetizioni, diviene &#8220;gesto automatico&#8221; che è alla base dell&#8217;arte come di ogni altra attività umana. Il libro da cui sono tratte tutte le figure di queste pagine è pubblicato da Isbn Edizioni (228 pagine, 17 euro).</p>
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		<title>Difesa personale: un illusione?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 15:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di P. Crugnola<br />
Febbraio 2004</strong></p>
<p>Per gentile concessione del sito: <a href="http://www.jigorokano.it/" target="_blank">www.jigorokano.it</a></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 164px"><img class=" " title="Paolo Crugnola" src="http://www.judo-educazione.it/Judo/crugnola.jpg" alt="" width="154" height="230" /><p class="wp-caption-text">In memoria di Paolo Crugnola</p></div>
<p>La difesa personale é argomento di grande attualità. Discipline antiche, insieme ad altre di più recente estrazione, si contendono il primato dell’efficienza e della sicurezza, esibendo tecniche e situazioni sempre più complesse e micidiali e risolvendole con modi altrettanto complessi e talora spettacolari.</p>
<p>La gente risponde ammirata a queste sollecitazioni e, nel suo intimo, sogna e spera di riuscire, se non proprio ad emulare, almeno a raggiungere un livello di “autosufficienza” che consenta di muoversi con sicurezza nelle più consuete situazioni di pericolo. Pericolo che, per altro, é quotidianamente confermato: basta, infatti, sfogliare qualsiasi giornale per verificare l’entità e la preoccupante prossimità di tutto il problema.</p>
<p><span id="more-594"></span></p>
<p>In alcuni casi, la difesa personale può diventare anche un mestiere. Il cosiddetto “body guard” o “operatore di sicurezza”, secondo un’accezione più globale del termine, é ormai un vero e proprio lavoro e parecchie sono le scuole che formano specialisti in questo senso.</p>
<p>Quando penso a tutto questo mi viene in mente una scena di un film di parecchi anni fa “Alla ricerca dell’arca perduta”. In essa, l’attore Harrison Ford, nei panni dell’archeologo &#8211; avventuriero Indiana Jones, si trova ad affrontare una sorta di gigante arabo il quale, sguainata la scimitarra, si esibisce in un vero e proprio kata al fine di mostrare la propria abilità e, insieme, di intimorire il suo avversario prima di sferrare l’attacco finale. Indiana Jones l’osserva con attenzione e alla fine dell’esibizione, con aria scettica e scocciata, estrae la pistola e spara uccidendo l’arabo, chiudendo così in modo ironico e definitivo la questione.</p>
<p>La scena é comica, ma suggerisce una riflessione. Anche la più raffinata ed estrema arte marziale é pressoché inerme davanti al fuoco di una pistola.<br />
In un altro film, molto più recente, “L’ultimo samurai”, possiamo trovare una scena analoga anche se inserita in un contesto ben più drammatico e niente affatto comico. Una mitragliatrice di nuova concezione, la famosa “gatling”, mette fine alla resistenza di un gruppo di valorosi e nobili samurai che tentano di opporsi ad una troppo affrettata modernizzazione e “occidentalizzazione” del loro paese.</p>
<p>Perché queste due citazioni?</p>
<p>Per evidenziare che l’efficacia delle cosiddette arti marziali, sotto il profilo prettamente tecnico, é cosa ormai risolta, chiarita e archiviata da più di un secolo. Il tentativo di resuscitare queste discipline per utilizzarle nella difesa personale oggi, in un tempo in cui la tecnologia permette di uccidere tranquillamente standosene a km di distanza, é una mera illusione. Ma allora, studiare le arti marziali é inutile? Se é per finalità esclusivamente pratiche e simili, quindi, a quelle dell’antico ju jitsu giapponese, direi proprio di sì.</p>
<p>Jigoro Kano, il fondatore del Judo, aveva intuito tutto questo già intorno al 1880. Egli considerava il jujitsu, così come era allora praticato, anacronistico e inadatto a rappresentare gli ideali di civiltà e, soprattutto, di modernità che la cultura giapponese stava perseguendo con sempre maggior determinazione. Il Giappone voleva diventare nazione e stato “moderno” e tutto ciò che faceva parte del suo passato medievale, come appunto il ju jitsu, costituiva un ostacolo al progresso e, in questo senso, veniva considerato negativamente. Per questi motivi Jigoro Kano cambio il ju-jitsu in ju-do.</p>
<p>Nel ju jitsu, nella sua pratica e nel codice etico morale che la caratterizzava, esistevano una serie di capacità, competenze e abilità che, trascendendo la mera utilità pratica (uccidere l’avversario sul campo di battaglia) potevano contribuire a migliorare l’uomo nella sua quotidiana esistenza. Sulla base di questa convinzione Jigoro Kano mise a punto un sistema educativo (non un’arte, né tantomeno uno sport) che insegnasse un corretto e migliore impiego delle proprie ed altrui energie, il tutto, praticato in un clima di rispetto, collaborazione e reciproco miglioramento. Questo é il judo.</p>
<p>Torniamo alla difesa personale e alle arti marziali. Praticarle ha quindi senso solo nella misura in cui siano mezzo e strumento per apprendere e acquisire quelle capacità, competenze e abilità di cui si é detto precedentemente e che fanno parte del patrimonio tecnico e culturale del judo.</p>
<p>Facciamo un esempio, praticando il Kime no Kata alleno la capacità di concentrare le energie, la decisione e la determinazione. Essere decisi e capaci di concentrare le proprie energie in vista di una meta sono qualità che hanno un campo d’applicazione difficile da circoscrivere per non dire che riguardano tutta la vita in generale. E così avviene per tutti gli altri kata del judo.</p>
<p>Ecco perché Jigoro Kano sosteneva che il judo poteva avere, al di là delle nozioni di vittoria e sconfitta, un riscontro molto vasto e nei settori più disparati dell’attività umana. E adesso la scelta: restare nelle “felice” illusione dell’imbattibilità o vivere in modo più consapevole la nostra esistenza?</p>
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