di P. Crugnola
Aprile 2005

L’insegnamento del Budo, Classico o Moderno che sia, ha in sé alcuni problemi specifici, completamente assenti nelle altre discipline sportive. Il Budo non é stato pensato per i bimbi e, solamente, con l’avvento del Judo di Jigoro Kano si é posto il problema di un sistema educativo con obiettivi e finalità ben distanti dal “campo di battaglia” e più consoni ai canoni della civiltà Moderna. Permane comunque una notevole difficoltà, anche in ambito judoistico, a trasmettere concetti quali “miglior impiego dell’energia”, forse ancor più che “tutti insieme per progredire”, ad allievi molto giovani, della fascia elementare per intenderci.

Qualcuno potrebbe obiettare che un simile obiettivo didattico resta difficile anche fra gli adulti e che prima bisognerebbe verificare fino a che punto siano edotti gli stessi insegnanti preposti a tale compito. Probabilmente avrebbe ragione ed infatti il problema di “educare gli educatori” é un argomento di grande attualità e molto dibattuto (vedi AISE). Lungi, da queste poche righe, il trattare l’argomento educazione in modi esaustivi, né tantomeno fornire “ricette” spicciole e di facile applicazione. Si tratta, piuttosto, di descrivere alcune osservazioni condotte nell’arco di trent’anni d’insegnamento di Judo su gruppi di bambini assolutamente disomogenei per età e livello tecnico, che é poi la situazione più comune di quasi tutte le palestre di Judo.

Loro, i bimbi, di fatto vedono una materassina con delle persone “che si menano” e l’accostamento con esperienze quali il “litigare” e le “sfide”, televisive o cinematografiche, é immediato. Si ha un bel pari a spiegare che é più importante il modo in cui si fan le cose piuttosto che il risultato e che si può vincere anche perdendo. Per loro é tutto molto più semplice, c’é chi vince e chi perde e l’obiettivo é solo uno: vincere.

La realtà che quotidianamente li circonda conferma effettivamente questa tendenza e di fatto é difficile trovare in commercio giochi il cui obiettivo non sia quello di vincere e anche l’educazione “tradizionale”, così come la scuola, premiano un atteggiamento “vincente” a tutti i costi.

Ecco che allora spiegare tecniche di combattimento ad un bimbo può diventare faccenda pericolosa e dagli esiti imprevedibili. Forse sarebbe meglio non insegnare ai bimbi Judo e tutte le Arti Marziali in genere, posizione molto coerente, ma che significherebbe anche rinunciare ad una grande quantità di utenti (con le relative quote), per cui ecco la soluzione: il Judo per i bimbi.

Nella maggior parte dei casi si é trattato di creare una serie di esercizi propedeutici alla disciplina, cioé, che non sono ancora Judo, ma preparano ad un suo futuro apprendimento. Sono tantissimi e ne vengono continuamente creati dei nuovi dagli stessi insegnanti. Tramite la loro pratica si cerca di sviluppare armonicamente l’organismo dei giovani atleti, di trasmettere uno spirito di collaborazione e di rispetto verso i compagni. Generalmente questi esercizi funzionano con il risultato che i bimbi crescono bene e quando sono più maturi… scelgono un altro sport!!

Pur nella loro intrinseca utilità, la maggior parte di questi esercizi é troppo generica e può essere propedeutica a qualunque tipo di attività. La specificità del gesto atletico é importante ed esso non deve mai essere troppo distante da quello tipico della disciplina, pena la perdita d’identità del movimento stesso.

Il judo é un combattimento e questo “spirito del combattimento” deve essere sempre presente nella pratica. Nella lezione di Judo s’insegna il Judo e non deve diventare un “parcheggio” in cui tenere occupati i figli facendoli “muovere” e stancare per un’ora di fila “così alla sera vanno a letto presto”.

Talvolta in alcune palestre di Arti Marziali si evidenzia una disciplina di tipo militaresco, molto apprezzata da quei genitori incapaci d’insegnare ai propri figli anche le regole più elementari dello stare insieme. La vicinanza tra i termini Marziale e militare, forse, ha generato questo equivoco, ma la palestra, il Dojo, non é la caserma e i bimbi non sono dei “soldatini”.

Ciò che serve durante la pratica del Judo é una “corretta attenzione” proporzionata e mirata al tipo di esercizio che si svolge. Il livello d’attenzione non é mai lo stesso ed il bimbo deve imparare a dosarlo secondo le esigenze della situazione.

La comunicazione é un processo molto complesso e niente affatto lineare nel suo svolgersi. Durante il corso della lezione non tutti i momenti sono propizi per trasmettere dei messaggi e se non si sta attenti é facile confondersi, specialmente con i bimbi. Atteggiamenti pieni di sussiego e apparentemente partecipi possono nascondere silenziosi ”voli” della mente ben lontani dalla materassina e dalle spiegazioni del maestro. Allo stesso modo, sguardi svagati e movimenti non proprio consoni del corpo possono celare la più viva ed emotiva attenzione alla situazione in atto.

Personalmente ho rilevato che lo “shiai” é uno dei momenti più adatti per far breccia nell’attenzione dei bimbi. Ovviamente mi sto riferendo ad uno shiai di tipo educativo, in cui sia possibile interromperne lo svolgimento per sottolineare e spiegare. La presenza dell’arbitro crea immediatamente uno stato di attenzione collettivo particolare in cui fatti e parole difficilmente vengono dimenticati. La durata dei singoli incontri non é sempre la stessa, come nelle gare ufficiali, ma varia in funzione di ciò che in quel momento preme evidenziare: un atteggiamento del corpo, un comportamento, una norma di sicurezza, ecc.

Da quando utilizzo questo sistema ho rilevato un aumento generalizzato nella risposta cognitiva a livello generale, oltre al fatto di eliminare la maggior parte delle tensioni che generalmente si accompagnano a questo tipo di pratica. I bimbi lo aspettano con grande entusiasmo e spesso partecipano con delle loro osservazioni, trasformandolo in una specie di “tavola rotonda”. Insistendo su questa linea e con un po’ di fantasia ho cercato anche di spiegare che é più importante rispettare sé stessi e i compagni, piuttosto che vincere a tutti i costi e la risposta é arrivata puntualmente e “praticamente” durante una fase di lotta a terra da un bimbo che ha preferito correggere un errore del compagno (che lo avrebbe portato a ferirsi) rinunciando all’immobilizzazione e alla conseguente vittoria. Ha preferito perdere per “salvare” il compagno. Se questo non é JI TA KYO EI…!! (*)

(*) “Noi e gli altri insieme per progredire”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Menu