Al judo serve lo sport?

di P. Crugnola – Novembre 2003

Qualcuno potrebbe subito obiettare: “Ma il judo é uno sport!”. La questione non é così semplice. Il judo é nato come sistema educativo per la mente ed il corpo al fine di un migliore impiego delle energie individuali in un clima di collaborazione, amicizia e mutua prosperità. Il suo fondatore, Jigoro Kano, ha previsto due modalità pratiche ben precise per l’apprendimento del judo e di tutto il suo bagaglio tecnico culturale: kata e randori. Chi pratica judo non ha bisogno di altro per progredire ed il suo livello di apprendimento può essere sempre misurato verificandone l’esecuzione.

E‘ anche vero che Jigoro Kano, al fine di promuovere la conoscenza e la pratica del Judo Kodokan, spinse e quasi ottenne (*) presso il Comitato Olimpico affinché il judo diventasse specialità olimpica insieme alle altre discipline sportive esistenti. E’ anche vero che, sempre Jigoro Kano, diede impulso e stimolo alla competizione organizzando alcuni momenti agonistici, anche molto spettacolari e coinvolgenti (ad es. il Koaku Shiai).

Ma é anche vero che lo stesso Jigoro Kano ebbe a lamentarsi (**) più volte sul modo in cui venivano affrontate le competizioni, denunciando l’uso esagerato della forza e di strategie troppo difensive in luogo della tecnica e dei principi tecnici del judo da lui più volte spiegati e raccomandati.

Nel judo abbiamo due momenti pratici di confronto vero e proprio: il randori e lo shiai. Vediamo di analizzarli. Nel randori non c’é un arbitro e questo significa che non é importante stabilire un vincitore. Nello shiai l’arbitro c’é e svolge il suo compito specificando, alla fine dell’esercizio, chi vince e chi perde. Nel randori l’obiettivo é la ricerca dell’ippon al di là di qualsiasi risultato. Nello shiai l’ippon é strumento per vincere e non più fine.
Possono sembrare delle sfumature, ma vedremo ben presto che non é così.

Può capitare e capita che nel randori non si verifichi ippon da entrambe le parti. Il randori allora perde di valore? Assolutamente no, perché lo spirito che lo anima é la ricerca dell’ippon, della riuscita tecnica e non il suo raggiungimento. Se la stessa cosa succede nello shiai, le conseguenze sono uguali? Assolutamente no, perché nello shiai ci devono essere un vincitore e un perdente, anche al di là di avere o meno fatto ippon, di aver raggiunto un obiettivo tecnico.

Ecco allora che per far funzionare lo shiai, anche in assenza di ippon, bisogna creare tutta una gerarchia di obiettivi parziali: wazari, yuko, koka e poi …….il nulla. Sì, il nulla, perché in assenza di un qualsiasi gesto tecnico bisogna comunque stabilire un vincitore e allora si arriva a valutare le intenzioni: “….lui ha tenuto un atteggiamento più positivo, l’altro é stato più passivo…” (***) e così via, alla ricerca di fantasmi sempre più irreali e aleatori.

E‘ utile tutto ciò al judo? Il praticante che cerca di perfezionarsi nel judo ha bisogno di questo particolare tipo di esercizio? Se fatto così come é stato appena descritto, direi proprio di no. Ma allora come dovrebbe essere praticato, lo shiai, per tornare ad essere utile al judo e al suo apprendimento? La risposta é semplice: come un randori. Ma allora sarebbero la stessa cosa! Non é così.

La presenza dell’arbitro, di una persona che giudica (per non parlare del pubblico e del luogo) creano un’atmosfera molto particolare in cui la sfera emotiva viene sollecitata in misura ben più grande e diversa di quanto non succeda nel randori (che solitamente si svolge nell’ambiente più familiare della palestra). Possiamo paragonarla ad una interrogazione a scuola, ad un colloquio sul lavoro, in pratica, a tutte le occasioni in cui ci si trova a confronto, e quindi giudicati, con altre persone. Lo stato emotivo viene evidentemente disturbato e si rischia di non dare il meglio di sé.

Ecco allora che lo shiai, la gara torna ad avere una valenza educativa, come luogo in cui si impara a dominare le proprie emozioni, ad accettarle e quindi superarle. E‘ un po’ come tornare sul campo di battaglia dove il samurai metteva in gioca la propria vita e dove l’ippon e solo l’ippon, cioé la vittoria piena, poteva avere un reale significato. Se facevi ippon eri vivo, se lo subivi eri morto! Provate ad immaginare un koka sul campo di battaglia (!) e la situazione si colora immediatamente di sfumature grottesche e “fantozziane”!

E le gare sportive di oggi come sono? Sono luoghi in cui si cerca di vincere, vincere a tutti i costi, anche a costo di non fare un bel judo, di non fare ippon. D’altra parte, se il regolamento consente di vincere in altro modo perché andare contro corrente? Da seri professionisti, quali sono gli atleti di oggi insieme ai loro allenatori (scusate se non uso la parola “maestri”), essi interpretano alla lettera la normativa in atto e su di essa regolano la propria attività judoistica.

Ecco allora che lo spirito dell’antico samurai, che mette in gioco la propria vita sul campo di battaglia, si trasforma nei panni meno eroici, ma ben più redditizi, del “ragioniere” sul tatami di gara, sempre attento al “tabellone” e pronto, meglio di un sismografo, a registrare il benché minimo cambiamento nella propria “tabella delle perdite e dei profitti”.

L’importante non é fare ippon, ma uscire “in verde”, in attivo, perché così si vince. Si vince la medaglia, il trofeo, il posto in nazionale, magari anche uno sponsor e l’invito alla trasmissione televisiva e, forse, anche dei soldi. Ma, tornando alla domanda iniziale, al judo serve tutto questo? Al judo serve lo sport?

(*) Gli eventi bellici della seconda guerra mondiale interruppero il processo d’inserimento del judo tra le discipline olimpiche.
(**) A più riprese sul volume terzo dei Quaderni del Bu Sen – KYU-SHIN DO ED.
(**) Situazione pressoché impossibile da valutare per il possibile gioco delle finte (damashi). Una situazione di attesa mirante ad innervosire l’avversario al fine di indurlo a commettere un errore può essere facilmente scambiata per passività. Allo stesso modo, una iperattività dovuta ad uno stato di latente paura può essere interpretata positivamente perché “sempre all’attacco”.

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